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BEAUTY NEWS

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Alcuni sono conosciuti e anzi conosciutissimi, altri meno, altri ancora del tutto sconosciuti. Sono gli ingredienti dei trattamenti skin, soprattutto per il viso. Vitamina C, moringa, squalene… ma anche bakuchiol, ingrediente nuovo sulla scena. Complici anche i super-ingredienti, quelli di derivazione naturale, gli inci dei prodotti skin care ormai non sono più elenchi sostanzialmente incomprensibili e dunque ignorati. Anzi, oltre che essere più comprensibili, sono anche più corti e in tal caso la motivazione riguarda la tendenza a ridurre sempre più i componenti delle formule cosmetiche, all’insegna di una maggiore naturalezza. Secondo Vogue Uk, inoltre, quasi il 50% delle donne ricerca online gli ingredienti e i prodotti per la cura della pelle prima dell’acquisto, a dimostrazione che l’interesse verso questo ambito è sempre più forte. Ecco allora una mini-guida per comprendere al meglio ingredienti e loro funzioni.

Moringa: per le patite del glow effect Penetrando nell’epidermide, l’olio di moringa, molto apprezzato, imita gli oli naturali del corpo per riequilibrare la pelle problematica. È ricco di vitamina E, acido oleico e antiossidanti e lascia la pelle nutrita.

Acido azelaico: per le amanti della “pelle di vetro” Detta anche “glass skin”, si ottiene grazie all’acido azelaico, che esfolia delicatamente la pelle e riduce la comparsa di arrossamenti, imperfezioni e cicatrici post-acne. Estratto da grano e orzo, leviga anche l’aspetto causato dalla rosacea e da altre condizioni della pelle.

Squalane: per la pelle secca Lo squalane è un emolliente naturale derivato dallo squalene e mantiene la superficie elastica – previene le rughe e riduce l’iperpigmentazione – proteggendo dai danni UV.

Bakuchiol: per le devote del retinolo È l’alternativa più delicata al retinolo e produce risultati uguali: uniforma il tono della pelle e leviga le linee sottili, riducendo anche l’iperpigmentazione, senza le irritazioni che il retinolo può procurare.

Acido poliglutammico: per chi cerca la luminosità L’acido ialuronico ha regnato a lungo come il punto di riferimento per coloro che cercano un’idratazione ottimale. Ecco adesso un altro ingrediente che migliora l’elasticità e fino a 10 volte più l’idratazione. L’acido poliglutammico trattiene e blocca l’umidità, per prevenire secchezza e rossori.

Resveratrolo: per chi abita in città Derivato da uva rossa, arachidi, gelsi e mirtilli rossi, il resveratrolo è un potente antiossidante e lavora per difendersi dalle aggressioni dei radicali liberi come l’inquinamento e le radiazioni UVA. Previene l’invecchiamento precoce.

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Tutto quello che dovete sapere sul rilancio del brand di sportwear di Beyoncé, Ivy Park, inclusa la collaborazione con Adidas

È notizia di poche ore fa che Beyoncé ha svelato su Instagram la nuova collezione nata in collaborazione con Adidas. Ma facciamo un passo indietro, per capire la storia (anche un po' travagliata) della label di sportwear creata dalla cantante. Un fatto che conferma, sicuramente, la liason che unisce la moda con la musica e pone l'accento sul personal branding degli anni zero. Un altro esempio? Fenty di Rihanna, marchio ora di LVMH che ha fiutato il successo.

Nel 2016 viene presentata per la prima volta la label di moda voluta fortemente da Beyoncé. Il nome è strettamente legato alla sua vita: Parkwood Park è il luogo dove ogni giorno suo padre la portava a correre, mentre Blue Ivy è il nome della primogenita.

Il successo è stato fulmineo: una campagna virale (in cui i consumatori sono stati invitati a condividere sui social foto con l’hashtag #MyPark) e un socio importante come Sir Philip Green, il proprietario di TopShop. Accade però un fatto, che il suddetto signore rimane invischiato in uno scandalo, per accuse di molestie. Il nome dell'uomo d'affari figura nella parte britannica dello scandalo #Metoo e arriva dritto alla Camera dei Lord. La decisione è immediata e dopo un dibattito durato quasi un anno, Beyoncé Knowles acquista il totale controllo di Ivy Park.

A stretto giro arriva anche la notizia della collaborazione tra Adidas e Beyoncé, proprio in merito alla nota label, tanto desiderata e voluta dalla cantante. E non solo ci mette la faccia, ma lascia il suo corpo parlare, un chiaro e concreto manifesto di donna, madre, moglie e business woman. Perché lei è così, non si nasconde e vuole condividere con la sua community le scelte di stile, il make-up, le acconciature, il pancione. E non ci stupiamo se a comunicare il lancio di Ivy Park x Adidas è stata proprio Beyoncé, utilizzando Instagram.

La collezione rispecchia il percorso (anche di auto-accettazione) di Beyoncé "A 20 anni mi preoccupavo di piacere agli altri. Oggi mi sento molto più bella, più sexy, più interessante. E più forte", queste le sue parole, per l'intervista su Vogue America. La divina Queen del palcoscenico, sempre alla ricerca della perfezione ma indefessa dello showbiz, ha svelato con orgoglio le prime immagini di un brand che rinasce, una storia d'amore condivisa con se stessa, la sua famiglia e la sua community.

Qui sotto potete vedere le foto pubblicate su Instagram, un'anteprima di Ivy Park x Adidas, disponibile dal 18 Gennaio 2020:



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Negli ultimi dieci anni, lo streaming ha rivoluzionato il modo in cui consumiamo contenuti. La prova? Nel 2018, per la prima volta nella storia, il numero di abbonati a servizi streaming nel mondo ha superato il numero di abbonati alla tv via cavo. Ma con nuove piattaforme come Apple TV+ e Disney+ che vanno ad aggiungersi a un mercato già saturo, quasi sono i servizi cui vale ancora la pena abbonarsi? Vogue ne ha selezionati cinque tra i migliori.

Netflix

Un tempo sportello unico per i film commerciali, le serie TV di successo degli anni Novanta e tutto quello che sta nel mezzo, Netflix ha oggi parecchia concorrenza: cederà Friends alla nuova piattaforma HBO Max della WarnerMedia, The Office a Peakock della NBCUniversal e le produzioni Disney e Marvel a Disney+. Ma il gigante dello streaming contrattacca. Nel 2019 sulla sua piattaforma è sbarcata una moltitudine di nuovi titoli (Russian Doll, When They See Us, Unbelievable), nuove stagioni di serie amate (Stranger Things) e pellicole che aspirano all’Oscar (Dolemite Is My Name). L’altra sua arma segreta? Accordi multimilionari siglati con i leggendari produttori Ryan Murphy e Shonda Rhimes, che continuano a produrre serie imperdibili.

Costo: da 7,99 a 13,99 euro

In catalogo: oltre 5.000 contenuti tra serie e film

Recenti e prossime uscite: la terza stagione di The Crown, il thriller mafioso di Martin Scorsese The Irishman, il vincitore del Gran Prix di Cannes 2019 Atlantics di Mati Diop e l’aspirante all’Oscar Storia di un matrimonio.

Perfetto per: consumatori compulsivi di serie tv, maniaci del true crime e amanti dei pronostici sulla stagione dei premi.

Da The Crown
Da The Crown
NetflixAmazon Prime Video

Un tempo semplice bonus per chi sceglieva la spedizione gratuita tutto l’anno in cambio di una piccola quota annuale, Amazon Prime Video è oggi diventato un servizio streaming di tutto rispetto. Il suo successo è dovuto a coraggiose produzioni originali (Homecoming, I Love Dick), film osannati dalla critica (Manchester By the Sea) e a una nutrita library di vecchi classici. Ancora più impressionante il suo calendario 2020, con molti dei nomi più interessanti dell’industria: la creatrice di Fleabag, Phoebe Waller-Bridge, ha di recente firmato un accordo per sviluppare progetti per la società; la serie drammatica Hunters prodotta da Jordan Peele con Al Pacino è in arrivo; e la tanto attesa The Underground Railroad potrebbe essere la serie di più alto profilo della piattaforma fino a oggi.

Costo: 4,99 euro (oppure 36 euro all’anno)

In catalogo: oltre 15.000 contenuti tra film e serie

Recenti e prossime uscite: The Report, acclamato dalla critica al Sundance Film Festival, con Adam Driver e Annette Bening, e le nuove stagioni di The Marvelous Mrs. Maisel e di The Man in the High Castle.

Perfetto per: grandi classici, serie tv premiate agli Emmy e attuali fruitori del servizio Amazon Prime.

Da The Report2A66HWE
Da The Report
Alamy Stock Photo3. Apple TV+

Dopo il lancio a Marzo, con un evento gremito di star, il 1 novembre il colosso tecnologico ha avviato il suo servizio di streaming, che include soltanto produzioni originali. Tra queste The Morning Show con Jennifer Aniston e Reese Witherspoon, l’audace serie in costume Dickinson, la saga sulla corsa allo spazio For All Mankind e la storia epica di fantascienza See, tutti subito rinnovati per la seconda stagione. Nuovi titoli, da The Banker con Samuel L. Jackson alla serie antologica Little America, vengono aggiunti ogni mese, sebbene l’intenzione sia quella di privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Un altro punto di forza? Il regista premio Oscar Alfonso Cuarón ha appena stretto un accordo pluriennale con l’azienda di Cupertino per sviluppare serie tv in esclusiva per la sua scuderia.

Costo: 4,99 euro (15 titoli in catalogo al momento)

In catalogo: oltre 9 serie TV e film

Recenti e prossime uscite: la serie crime Truth Be Told con Octavia Spencer, l’horror psicologico Servant coprodotto da M. Night Shyamalan e il dramma Coming of age di Minhal Baig Hala

Perfetto per: amanti della prestige television in cerca di produzioni di alto livello

Da The Mandalorian
Da The Mandalorian
LucasfilmDisney+ 

Disney possiede ora la casa cinematografica 20th Century Fox (compresi gli studi di produzione televisiva), i canali TV FX e National Geographic e una quota di partecipazione in Huly che le garantisce il pieno controllo. Di conseguenza, la sua nuova piattaforma di streaming (lanciata il 12 Novembre negli Stati Uniti, in Canada e in Olanda) vanterà una formidabile collezione di blockbuster amati dal grande pubblico: i film di Star Wars, gran parte dell’universo cinematografico di Marvel e di Pixar, per non parlare dell’intero canone Disney. Dovrebbero seguire anche contenuti originali, che comprendono brillanti docuserie (The World According to Jeff Goldblum) e attesissimi reboot (il ritorno di Hilary Duff nei panni di Lizzie McGuire nel sequel della serie).

Costo: non ancora fissato, probabilmente 6,99 euro al mese

In catalogo: oltre 500 film e più di 7.500 episodi

Prossime uscite: il remake in live-action di Lilli e il vagabondo con le voci di Tessa Thompson e Justin Theroux, e la serie spinoff di Star Wars The Mandalorian

Perfetto per: famiglie, fan dei franchise e i nostalgici dei film amati da bambini

Da The Morning Show2A7X0R2
Da The Morning Show
Alamy Stock PhotoMubi

Estraneo alla guerra tra colossi dello streaming, Mubi si rivolge a un pubblico di nicchia in cerca di film indipendenti selezionati con cura e che stimolino il pensiero. Ogni giorno alla piattaforma viene aggiunto un titolo che resta disponibile per 30 giorni, un po’ come succede con la permanenza nelle sale cinematografiche. Troverete pellicole fresche di festival come The Souvenir di Joanna Hogg, classici cult come L’occhio che uccide di Michael Powell e tesori nascosti come L’Enfant Secret di Philippe Garrel. A completare la vostra cultura cinematografica c’è anche la sezione Notebook del sito: una sorta di periodico con interviste a registi e produttori, notizie e recensioni. Anche se più costoso dei suoi concorrenti, vale ogni centesimo.

Costo: 9,99 euro al mese

In catalogo: oltre 30 film

Prossime uscite: Bacurau, il western brasiliano che si è procurato il Premio della giuria al festival di Cannes nel 2019 ed Ema, l’ultimo film drammatico cileno di Pablo Larraín con Gael García Bernal.

Perfetto per: cinefili che vogliono vedere premiati film d’autore prima degli altri.

Da The Souvenir
Da The Souvenir
Nikola Dove. Courtesy of A24


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Si chiama ZB200 e rappresenta una piccola, grande rivoluzione nel mondo dei pianoforti. Lo ha realizzato Zanta Pianoforti, storico laboratorio di restauro immerso nella provincia veneta, in occasione dei 40 anni del marchio. La peculiarità di questo pianoforte mezza coda, con le performance di un gran coda, consiste nell’originale design studiato ad hoc e intenzionato a “rivoluzionare” il concept classico dello strumento sia sul fronte del design, sia su quello del suono. ZB200 non presenta l’ansa laterale tipica dei pianoforti a coda, ma una linea continua armoniosa che avvolge tutti gli elementi. Progettato dall’estro e dall’esperienza di un designer come Enzo Berti e realizzato completamente a mano dalla maestria e il saper fare di Silvano Zanta, lo ZB200 è un’edizione limitata di 99 esemplari personalizzabili. Nel 2015, ancora in fase di perfezionamento, lo ZB200 è stato premiato per il design concept con menzione d’onore al RED DOT AWARD 2015, e nel 2018, in una versione ulteriormente migliorata, ha ricevuto la menzione d’onore al Compasso d’Oro. Dall’inizio del 2019 lo ZB200 è in tournée in Europa. Il costo parte da 140.000 euro ed è variabile in base alle finiture e alla personalizzazione. È disponibile in svariati colori, incluso l’elegante blu, colore pantone del 2020.

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Il messaggio è forte e chiaro. La moda vuole essere sempre più inclusiva, e diversa. Modelle curvy, corpi e volti unici e imperfetti, ragazzi e ragazze LGBTQ, esempi di disabilità resilienti, ladies over 50, signore dai capelli grigi o anche bianchi: le differenze sono ciò che ci rende più interessanti e anche ciò che ci rende tutti uguali nel nostro essere tutti diversi. Uguali, e quindi tutti perfetti per posare di fronte a un obiettivo o per camminare su una passerella, perché - il pensiero è condiviso dalla maggior arte dei couturier - siamo tutti parimenti degni di essere rappresentati. E non parliamo soltanto di esempi illustri, come Cindy Crawford, 53 anni, in rappresentanza delle 50enni, Benedetta Barzini, 76, Twiggy, neo-70enne, e la decana Iris Apfel, 98 anni, ma di volti sconosciuti, di persone normali come quelle scelte anche da Margherita Missoni per la nuova collezione M.

Twiggy su Vogue Italia di ottobre 2019
Twiggy su Vogue Italia di ottobre 2019

La designer Simone Rocha ha voluto due elegantissime over 60 per la ultima sfilata (alla London Fashion Week, per la collezione primavera estate 2020). Accanto a loro, a ragazze dalla pelle candida e i capelli rossi e la meravigliosa Adut Akech (tra le top preferite di Pierpaolo Piccioli di Valentino).

In passerella per Simone Rocha PE 2020: Lesley Manville, attrice britannica.
In passerella per Simone Rocha PE 2020: Lesley Manville, attrice britannica.
Olwen Fouéré, scrittrice e regista irlandese, per Simone Rocha PE 2020
Olwen Fouéré, scrittrice e regista irlandese, per Simone Rocha PE 2020

Sempre a Londra, un altro giovane e promettente designer, Richard Quinn ha vestito con un abito cappa dal motivo floreale una splendida 70enne. Da Parigi, sempre per le ultime sfilate, gli ha fatto eco Marine Serre, che ha scelto una modella dai lunghissimi e candidi capelli bianchi.

Richard Quinn, PE 2020
Richard Quinn, PE 2020
Marine Serre PE 2020
Marine Serre PE 2020

Jeremy Scott, direttore creativo di Moschino, a cui Francesco Bonami ha chiesto (per Vogue Italia di settembre) chi sia la persona più anziana che abbia mai vestito, dice: «Ci sono delle settantenni che amano i miei abiti. E mi piace regalare una borsa con le mie creazioni ai miei vicini di casa che regolarmente comprano le mie cose. Vesto Madonna. E Joan Collins, che ha più di 80 anni. Ma, sa, il bello di diventare anziani è che non ti interessa più quello che le persone pensano. Se vuoi indossare qualcosa, lo metti... Se agli altri non piace, peggio per loro».

Innegabilmente, è confortante per tutti mettersi in cerca di un'idea per un outfit, un abito o un paio di occhiali, aprire Instagram o sfogliare Vogue, e vedere qualcuno così simile a noi indossare quello stesso look, quel vestito, quella borsa. Ci si sente, appunto, rappresentati, non più schiacciati sotto il peso di un'immagine di bellezza irraggiungibile, ci si riconosce nelle piccole rughe, nelle taglie non standard, nel colore della pelle.

Modella per Uterque (foto Uterque.com)
Modella per Uterque (foto Uterque.com)

Accade con Gucci, Valentino e le grandi maison, ma anche con brand più accessibili come Uterque, del gruppo Inditex, H&M oppure Rixo, marchio londinese in ascesa che ha scelto di parlare, con i suoi abiti femminili e ironici, a un pubblico assai stratificato quanto a età e stile. L'ultimo lancio vede un ventaglio di mannequins dai 20 ai 70, tutte perfettamente "in linea" con la nuova collezione di maxi dress ispirazione 70.

Gucci, dopo aver reclutato Benedetta Barzini per la campagna Cruise 2020, ha chiamato la modella a posare anche per il lookbook della Pre-fall Donna 2020-21, ideata dal creative director del marchio Alessandro Michele, e scattata dal fotografo Bruce Gilden con la direzione artistica di Christopher Simmonds.

Benedetta Barzini, Gucci Pre-fall Donna 2020-21. Creative Director: Alessandro Michele. Art Director: Christopher Simmonds. Photographer: Bruce Gilden
Hair Stylist: Alex Brownsell. Make Up: Thomas De Kluyver
Benedetta Barzini, Gucci Pre-fall Donna 2020-21. Creative Director: Alessandro Michele. Art Director: Christopher Simmonds. Photographer: Bruce Gilden Hair Stylist: Alex Brownsell. Make Up: Thomas De Kluyver
Joan Collins, 86 anni, nella nuova campagna holiday di Valentino
Joan Collins, 86 anni, nella nuova campagna holiday di Valentino
La campagna Cruise 2020 di Gucci. A destra, Benedetta Barzini
La campagna Cruise 2020 di Gucci. A destra, Benedetta Barzini
Rixo, collezione Back to the Garden
Rixo, collezione Back to the Garden
Rixo, collezione Back to the Garden
Rixo, collezione Back to the Garden


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Da ottobre fino a Natale, la metropoli di Lagos in Nigeria ospita una lunga serie di eventi culturali, dalla più grande fiera artistica dell’Africa occidentale, Art X, ai festival internazionali dedicati a poesia, letteratura, musica e moda. Il più recente GT Bank Fashion Weekend (che si è svolto il 9 e il 10 novembre) è stato un evento gratuito e aperto al pubblico che ha visto la partecipazione di leader del settore e stilisti da tutta l’Africa e internazionali con sfilate, uno spazio per le vendite ben selezionato e una serie di masterclass. 

Fra gli speaker di quest’anno c’erano la fashion and buying director di Matchesfashion.com, Natalie Kingham, la stilista Roksanda Ilinčić, Sir John, il makeup artist che ha creato alcuni dei look più memorabili di Beyoncé, e la top model Adesuwa Aighewi, mentre in passerella hanno sfilato con le loro ultime creazioni il collettivo newyorchese Three As Four, il brand emergente sudafricano Viviers, la griffe del Ghana Studio 189, Imane Ayissi dal Camerun e Ituen Basi dalla Nigeria.

Fra un evento e l’altro del ricco programma del GT Bank Fashion Weekend siamo riusciti a incontrare cinque designer locali che ci hanno parlato delle loro creazioni più interessanti.

Ian Audifferen 

Le creazioni di Tzar Studios, il brand che Ian Audifferen ha lanciato nel 2013, un anno dopo la laurea in microbiologia all’Università di Lagos, devono essere visti molto da vicino per essere apprezzati pienamente. «Credo che i tessuti siano l’elemento più importante delle mie creazioni», afferma il designer 29enne. «Ho cominciato a giocare di più con i disegni e le texture per dare più profondità ai miei capi, e anche un tocco più giocoso». Quello che era inizialmente una linea di camicie si è trasformata rapidamente una griffe di ready-to-wear per uomo e per donna. Per la sua collezione AI 19-20, Audifferen ha rivisitato modelli di abiti tradizionali della cultura Yoruba in una mischia di seta e rayon; ha accorciato la iro (un modello di gonna a portafoglio) e ha chiuso la buba (una blusa ampia) con un’enorme spilla da balia sul davanti, mentre altre sue camicie hanno lo sprone in tulle o una tasca per dare “maggiore profondità”. Le sue camicie “half-half”, sono invece realizzate con due tipi di tessuto ankara con stampe a contrasto.

Ian Audifferen
Ian Audifferen
Manny JeffersonModelli Tzar Studios di Ian Audifferen
Modelli Tzar Studios di Ian Audifferen
Manny JeffersonMfon Ogbonna 

Il brand che Mfon Ogbonna ha lanciato tre anni fa, Idma-Nof, rappresenta un po’ la seconda vita per la stilista 40enne, che per qualche anno ha fatto la farmacista prima di realizzare gli abiti che disegnava sulle pagine delle riviste mediche. Mfon ha appeso il camice al chiodo e ha ripreso a studiare, questa volta fashion design, negli USA, a Parigi e a Londra, dove ha frequentato un corso di moda donna e stampe tessili alla Central Saint Martins. «Sono esperienze molto diverse che hanno formato la persona e la stilista che sono oggi», afferma.«“La precisione e la tipologia del mio lavoro da farmacista hanno sicuramente influito sul mio lavoro da designer, ma al tempo stesso sono anche un po’ una ragazza ribelle». Un look della stilista che riassume bene il concetto è il bellissimo cappotto lungo con pantaloni abbinati in jacquard fittamente decorato con disegni coloratissimi e frange dalla collezione AI 19-20. Per la PE 20, la designer ha scelto invece di utilizzare tessuti prodotti localmente, come l’asa oke in seta, stampato con disegni creati da lei stessa e ispirati alle maschere nigeriane fotografate da Phyllis Galembo.

Mfon Ogbonna e modella
Mfon Ogbonna e modella
Manny JeffersonModello Idma Nof di Mfon Ogbonna
Modello Idma Nof di Mfon Ogbonna
Manny JeffersonNkwo Onwuka 

Nel 2012, cinque anni dopo aver fondato la sua griffe di womenswear NKWO, Nkwo Onwuka ha optato per un rebranding con un approccio sostenibile e tessuti artigianali. La sua collezione PE 20, Be Us Be Them, si chiama così perché: «Gli esseri umani stanno distruggendo l’ambiente. Credo che dovremmo tornare indietro al tempo dei nostri antenati, per capire come vivevano in armonia con la natura e imparare da loro». Quando crea i suoi capi, Onwuka cerca di ridurre gli sprechi al minimo. Come per le giacche fatte con vecchi jeans upcycled; rimanenze di filati asa oke usati per creare le frange inserite lungo la pattina delle camicie, o ruches in cotone prodotto in Nigeria tinto in un color indaco naturale e disposte su un abito in un modo particolare per rendere omaggio alla “body paint” delle popolazioni Koro della Valle dell’ Omo, in Etiopia («una tribù che vive ancora oggi in armonia con la natura»); e mattonelle di tessuto bianco ricamate su una tunica in rete, un mosaico monocromatico che ricorda, intenzionalmente, i pannelli solari. «In Africa dovremmo sfruttare al massimo il sole per creare energia pulita», conclude Onwuka. «Ma purtroppo non lo facciamo».

Modello NKWO di Nkwo Onwuka
Modello NKWO di Nkwo Onwuka
Manny JeffersonLanre da Silva Ajayi

Sono passati 15 anni da quando Lanre da Silva Ajayi ha fondato la sua griffe omonima, rendendola una delle prime donne imprenditrici della fashion industry nigeriana insieme a nomi come Tiffany Amber e Lisa Folawiyo. Cosa è cambiato in questi anni? «I nigeriani oggi più che mai preferiscono abiti creati da stilisti nigeriani», spiega. «Un tempo per andare a un matrimonio o a un evento speciale sceglievamo un brand americano o europeo». Gli abiti da cerimonia e quelli su misura restano i settori dominanti sul mercato nigeriano, e lo stile apertamente d’antan di Silva Ajayi soddisfa entrambe le richieste. E la sfilata The Modern Day Antoinette (PE 20) non ha fatto eccezione, con un tripudio di abiti da sera in seta rosa shocking, lamé dorato e tulle giallo: fra i capi di spicco, un tailleur due pezzi e un miniabito in organza verde oliva dalle voluminose maniche a sbuffo. «Voglio creare abiti che facciano sentire le donne forti e belle» dice Silva Ajayi. «L’idea che una donna possa indossare un abito e sentirsi completamente diversa è qualcosa di assolutamente normale per me, Maria Antonietta è l’esempio perfetto, e questa stagione ho voluto rivisitare il suo stile in chiave moderna».

Modello Lanre da Silva Ajayi
Modello Lanre da Silva Ajayi
Manny JeffersonPaolo Sisiano 

Il designer autodidatta Paolo Sisiano ha un senso del movimento innato quando si tratta di tagliare e drappeggiare i tessuti, perché prima di creare il suo brand, Sisiano, nel 2013, ha studiato danza contemporanea con la compagnia di Lagos Spirit of David. «Mi cucivo da solo gli abiti per gli spettacoli - ricorda - quindi fare moda è stato un passaggio molto naturale. Voglio creare abiti da sogno, romantici, che facciano sentire come se si stesse fuggendo dalla realtà, per vivere in un mondo di fantasia». La collezione PE 20 di Sisiano è stata realizzata interamente in cotone tinto a mano in colori terra e pastello, con un effetto marmorizzato che crea l’illusione che il tessuto scenda a cascata dal corpo. Ma la sua estetica così eterea è sostenuta da un ambizioso business plan: il 15 dicembre sposterà il suo atelier dal quartiere storico di Yaba al centro commerciale in espansione di Lekki, in cui vorrebbe presto aprire una sua boutique.

Paolo Sisiano
Paolo Sisiano
Manny JeffersonPaolo Sisiano
Paolo Sisiano
Manny Jefferson


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Dal 27 gennaio 2020 ci sarà una nuova mecca dello shopping online per la moda uomo. Mytheresa apre alle collezioni maschili con una selezione curata di 120 marchi tra cui Balenciaga, Gucci, Prada, Saint Laurent e Valentino.

Con l'arrivo del canale dedicato al menswear, il luxury e-shop sarà l'unico sito web a offrire contemporaneamente le ultimissime collezioni di donna, uomo e bambino dei top brand mondiali. Il nuovo canale inoltre sarà caratterizzato da un layout personalizzato, nella fotografia e nella grafica, per incontrare il gusto maschile dei nuovi consumatori di Mytheresa.

A celebrare l'apertura alla moda maschile, Michael Bailey Gates ha realizzato la prima campagna menswear, ritraendo una serie di personalità differenti - tra cui artisti, chef, atleti, dottori, architetti e musicisti - che rappresentano i volti possibili del nuovo uomo Mytheresa.



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Gioielli come piccole architetture. Perché nell'immaginare una collana, un bracciale, un anello la prima cosa che viene in mente è una struttura, poi una forma e un'armonia di forme. Così Costanza De Cecco e Giulia Giannini, architetti e jewel designer, hanno cominciato a ideare i pezzi del loro marchio, Co.Ro, “interpretando l’architettura, facendone qualcosa di diverso, un gioiello da raccontare, una storia da indossare".

Dalla collezioni Industrial Archeology
Dalla collezioni Industrial Archeology

Co.Ro richiama da una parte il concetto di “coro”, in cui le designer “dirigono” un’orchestra costituita da abili orafi e artigiani, dall’altra il luogo dove si sono conosciute: il COllegio ROmano, sede dello storico liceo capitolino Ennio Quirino Visconti, dove Giulia e Costanza tra i banchi di scuola hanno cominciato la loro avventura.

L'ispirazione da cui partono per realizzare le loro collezioni è molteplice e va dall'archeologia industriale dei gasometri del quartiere Ostiense di Roma alla Londra vittoriana, dalle suggestioni mediterranee di Capri e Positano al barocco romano, con i suoi portici, gli archi sinuosi e gli archetipi architettonici. Non manca un omaggio a Milano, con una speciale capsule chiamata "Brera", che vuole rendere omaggio alla serliana, elemento architettonico che dal Seicento impreziosisce la loggia di Palazzo Brera.

Dalla collezione Roma
Dalla collezione Roma

In ogni singola collezione, la bellezza dei gioielli comincia da un'armonia di forme che risponde alle leggi della geometria unite a un design contemporaneo le cui linee rigorose restano sempre estremamente femminili. Guardate con noi i gioielli Co.Ro (www.corojewels.com), vere architetture da indossare.

Orecchini Geometry San Carlo
Orecchini Geometry San Carlo
Cuff Gasometer
Cuff Gasometer
Collier Positano
Collier Positano
Bracciale Portici
Bracciale Portici
Orecchini Pantheon
Orecchini Pantheon
Choker Wire
Choker Wire
Bracciale Brera
Bracciale Brera
Bracciale Brera
Bracciale Brera
Anello Brera
Anello Brera


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Segnatevi in agenda: il 3 aprile 2020 Il Professore & Co. torneranno con il quarto e ultimo capitolo de La casa di carta su Netflix. La notizia è stata annunciata a sorpresa al CCXP (Brazil Comic Con Experience), e i fan della serie tv non vedono l’ora di scoprire cosa accadrà a Nairobi (Alba Flores), Tokyo (Ursula Corbero), Rio (Miguel Herran), Denver (Jaime Lorente), Stoccolma (Esther Acebo), Helsinki (Darko Peric), Palermo (Rodrigo de la Serna), El Professor (Alvaro Monte) e Lisbona (Itzian Ituño). Al momento nessuno spoiler, anche se Netflix ci dà qualche speranza di lieto fine. Stay Tuned.

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Sono passati sei anni dalla tragedia del Rana Plaza, nell'aprile 2013, quando una complesso di fabbriche di abbigliamento di otto piani è collassato nel distretto di Dhaka, in Bangladesh, uccidendo 1.134 persone. A seguito del disastro, brand e sindacati hanno firmato l'Accordo del Bangladesh, vincolante per 5 anni, e quelli a seguire, l'accordo di Transizione del 2018 e il RMG Sustainability Council (RSC), creati per assicurare la sicurezza dei lavoratori nel settore dell'abbigliamento implementando le ispezioni e i programmi di formazione. Ma la tragica morte di almeno 43 persone nell'incendio di una fabbrica di Delhi l'8 dicembre mostra quanto il problema sia ancora esteso.

Fashion revolution, il movimento globale no profit lanciato da Orsola de Castro e Carry Somers in seguito alla tragedia del Rana Plaza, chiede da molto tempo ai brand di fare di più. Circa 3,25 milioni di persone si sono impegnate nella campagna #WhoMadeMyClothes durante la Fashion Revolution Week 2018, che faceva appello ai consumatori perché chiedessero ai brand maggior trasparenza. «Bisogna riconnettere la catena di produzione e spingere i brand verso una maggiore trasparenza», Dice Somers a Vogue. «Sappiamo che lo sfruttamento, sia sociale che ambientale, prospera nei luoghi nascosti».

919391356Getty ImagesIl bisogno di una catena di produzione trasparente

Fashion Revolution ha lanciato il suo Fashion Transparency Index nel 2016, che pubblica liste di fornitori per aiutare ONG, sindacati e lavoratori a rettificare ogni potenziale problema legato ai diritti umani e all'ambiente nelle loro catene di produzione. Nel 2016, l'index ha analizzato 40 dei maggiori brand di moda globali e ha notato che solo il 12,5 per cento aveva reso pubblici i nomi e gli indirizzi delle proprie fabbriche fornitrici dirette (che si occupano di cucire gli abiti). Intanto, il Fashion Transparency Index 2019 ha rilevato che su 200 brand ispezionati, il 35 per cento ora fornisce queste informazioni. «In termini di tracciabilità, abbiamo davvero visto un miglioramento considerevole», aggiunge Somers.

Ma c'è ancora moltissimo lavoro da fare. Nell'Ottobre 2019, Lululemon ha indagato su accuse di violenza fisica e umuliazioni sulle lavoratrici da parte dei dirigenti nelle fabbriche bangladesi. Nel maggio 2018, Global Labor Justice ha pubblicato dei report che suggerivano che le lavoratrici che producono abiti per H&M e Gap avevano subito ripetuti abusi sessuali e molestie.

Neanche i brand del lusso sono immuni ai problemi di trasparenza delle catene di produzione. Nel novembre 2019, la polizia italiana ha chiuso una fabbrica che sfruttava la manodopera e che si dice fosse legata a brand come Armani, Fendi e Saint Laurent. Persino in Europa o negli Stati Uniti, dove le condizioni di lavoro seguono una regolamentazione estesa, è difficile scoprire come sono fatti i nostri vestiti. «Ci dicono che le cose sono made in Italy, ma magari sono fatte in luoghi di sfruttamento in Italia, o potrebbero essere fatte negli Stati Uniti, ma in un luogo di sfruttamento a Los Angeles - è solo che non lo sappiamo», dice Dana Thomas, l'autrice di Fashionopolis: The Price of Fast Fashion and the Future of Clothes.

1055991486Getty ImagesAnche i brand spesso sono all'oscuro

Spesso neanche i brand sanno esattamente dove sono prodotti i loro vestiti, perché i fabbricanti impiegano una vasta rete di subappaltatori per produrre i capi. «Se i brand si sottraggono alla responsabilità e non riescono a tenere traccia della loro catena di produzione, non c'è modo che noi [come consumatori] possiamo sapere [chi ha prodotto i nostri vestiti]», aggiunge Thomas.

Nonostante iniziative come l'Accordo del Bangladesh e l'Accordo di Transizione del 2018, lo sfruttamento dei lavoratori nell'industria tessile, di cui approssimativamente l'80 per cento sono donne, è ancora diffuso. Uno studio inglese pubblicato nel settembre 2019 sull'industria tessile del sud dell'India ha rilevato che le ispezioni delle fabbriche sono spesso manipolate. I ricercatori hanno inoltre suggerito che i corti tempi di produzione, la pressione dei costi e le fluttuazioni negli ordini da parte dei brand hanno aumentato il rischio dello sfruttamento dei lavoratori.

Nonostante alcuni brand stiano pubblicizzando le loro policy sociali e ambientali, resta poco chiaro quanto queste siano implementate attraverso la catena di produzione. «Vediamo una mancanza di informazione da parte dei brand in termini dell'impatto reale [che le loro policy] stanno avendo sui lavoratori della catena di produzione e sull'ambiente», spiega Somers.

919390990Getty ImagesQuali sono i prossimi passi?

Secondo il documentario del 2015 The True Cost, solo il 2 per cento dei lavoratori dell'abbigliamento ricevono un minimo salariale. In Bangladesh il salario minimo per chi lavora nell'industria tessile è di 8.000 taka (85 euro) al mese e gli attivisti dicono che si tratta della metà del salario necessario a vivere decorosamente. Ecco perché due marchi di moda etica, Able e Nisolo, hanno deciso di lanciare la Lowest Wage Challenge, chiedendo ai brand di rendere pubblici i salari più bassi pagati ai lavoratori della loro catena di produzione.

«Ci sono brand che ci diranno quali sono i salari medi e quale costo del lavoro è impiegato in un singolo capo», commenta Patrick Woodyard, CEO e co-fondatore di Nisolo. «Ma questo non ci dice davvero se le persone alla base della catena di produzione, i lavoratori più vulnerabili, vengono effettivamente protetti. Vogliamo che l'intera industria prenda in esame i salari più bassi».

Più informazioni vengono fornite ai consumatori - e più chiare sono - più è semplice fare scelte migliori. «Vorremmo che tutti i brand divulgassero [informazioni] in base a un quadro comune; questo renderebbe le cose più facili ai consumatori», afferma Somers. «E ai brand mostrerebbe se stanno facendo meglio dei loro competitor e come potrebbero migliorare».

Per ultimo, i consumatori hanno il potere di chiedere ai brand di rendere conto su questi temi. «Comprate da brand che sono stati ispezionati da terze parti, [e che] applichino trasparenza, in modo che sia molto chiaro se stanno pagando i loro lavoratori bene e rifornendosi correttamente», aggiunge Thomas. «Potete fare i compiti e sapere se stanno facendo la cosa giusta».



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